SATELLITES
Gig Seeker Pro

SATELLITES

| INDIE

| INDIE
Band Alternative Adult Contemporary

Calendar

This band hasn't logged any future gigs

This band hasn't logged any past gigs

Music

Press


Satellites is Johnny Vic, whose gentle but emotionally-wrought, piano-based 2012 debut album 01 was missed by all but the most ardent music fans.

It was re-released in January, but Vic’s already knocked together 02, another slab of confidently maudlin alt-rock lifted by some inspired programming and arrangements.

Vic’s smooth baritone, slightly lighter than Matt Berninger’s with a whiff of John Grant, informs a more contemplative, expansive take on the former’s band The National.

He takes his music seriously - Vic said what mattered about his last album was that it needed to be written - and it shows in reflective, doleful lyrics and purposeful songs that weave swooning, multi-tracked vocals and stuttering beats among brooding melodics.

Beg Steal & Borrow’s typically engaging arrangement of strings, guitar and glockenspiel steps in the shadow of The Delgados’ best work, The Great Eastern, while the alt-twee and muted trumpets of God Bless America reveals a dark humour.

Wasteland has a Radiohead feel about it, Vic commenting on man’s propensity to toxify or destroy natural habitats without blinking to a bleakly beautiful soundscape, a theme that resurfaces in the black rivers, dead seas and shrill strings on Hourglass.

But it’s World At Your Feet’s languour, dressed with blissed-out trumpet and piano, that begins an inspired double-header that cements the album, with Madison Park Bell’s insistent, motorik love song that waxes and wanes with stadium-filling promise.

A seriously good album.

Rating: 4/5 - Islington Gazette, London


Satellites is Johnny Vic, whose gentle but emotionally-wrought, piano-based 2012 debut album 01 was missed by all but the most ardent music fans.

It was re-released in January, but Vic’s already knocked together 02, another slab of confidently maudlin alt-rock lifted by some inspired programming and arrangements.

Vic’s smooth baritone, slightly lighter than Matt Berninger’s with a whiff of John Grant, informs a more contemplative, expansive take on the former’s band The National.

He takes his music seriously - Vic said what mattered about his last album was that it needed to be written - and it shows in reflective, doleful lyrics and purposeful songs that weave swooning, multi-tracked vocals and stuttering beats among brooding melodics.

Beg Steal & Borrow’s typically engaging arrangement of strings, guitar and glockenspiel steps in the shadow of The Delgados’ best work, The Great Eastern, while the alt-twee and muted trumpets of God Bless America reveals a dark humour.

Wasteland has a Radiohead feel about it, Vic commenting on man’s propensity to toxify or destroy natural habitats without blinking to a bleakly beautiful soundscape, a theme that resurfaces in the black rivers, dead seas and shrill strings on Hourglass.

But it’s World At Your Feet’s languour, dressed with blissed-out trumpet and piano, that begins an inspired double-header that cements the album, with Madison Park Bell’s insistent, motorik love song that waxes and wanes with stadium-filling promise.

A seriously good album.

Rating: 4/5 - Islington Gazette, London


Ho paura per il mio futuro.
Paura vera.
Più passa il tempo e più sono convinto che mi trasformerò in Red Ronnie. E non nel senso che diventerò come lui.
La mia paura è che diventerò proprio lui.
Uguale uguale.
Mi verranno i capelli rossi e comincerò a parlare sempre di olii essenziali, ascolterò solo canzoni di Manrico Mologni e Jovanotti, e passerò il tempo su Twitter a sparare cazzate su ogni calamità naturale che toccherà questo paese e non solo. Quando sarò abbastanza anziano, poi, mi riciclerò come consulente personale di un politico dalle idee discutibili. Infine, mi trasformerò di nuovo e sarò una grande foca, ma sempre con la faccia di Red Ronnie, e così mi ritirerò in India e farò da guardiano alla costa.
Perché, davvero, spesso mi ritrovo a dire le stesse cose che direbbe Red. Le stesse che gli ho sentito ripetere a macchinetta in anni di Help e Roxy Bar. Le stesse cose identiche, giuro.
L’ultima volta è accaduta proprio qualche giorno fa, pochissimi giorni fa, lo scorso sabato. Ero a Parigi, alla Grande-Halle De La Villette, mentre la terza e ultima giornata del Pitchfork Festival stava per volgere al termine, e avevo deciso di concedermi un ultimo giro al fantastico stand di Rough Trade East (in pratica il negozio di Brick Lane, in piccolo, trasportato al Parc de la Vilette). Così, mentre guardavo dischi e decidevo cosa comprare e cosa no, sono rimasto folgorato da un digipack rigido (sembrava quasi un libro), con sopra incollata una piastrina di metallo.
“This is the first edition of Satellites. 01“, c’era scritto. E poi, poco sotto: “Who wrote this album is unimportant, it is important that this album needed to be written”. Cazzo, ho pensato.
E poi ho detto: ” Le coincidenze non esistono”. Proprio quello che avrebbe detto Red Ronnie. Appunto.
A quel punto mi sono accorto che il commesso di Rough Trade mi stava guardando da dieci minuti, così anche io ho guardato lui. Mi ha chiesto: “Scusa, chi cazzo è Red Ronnie?”
Ho risposto che non era importante, ma che lui mi doveva spiegare tutto quello che sapeva di Satellites. 01.
Perché quella frase, quella frase lì sul disco che non è importante sapere chi l’ha composto ma grazie a Dio qualcuno l’ha fatto, l’avevo già scritta anche io, pari pari, in un comunicato stampa più di un anno e mezzo fa. E sempre per quella storia delle coincidenze che non esistono, non è che il concetto di “satellite” sia così estraneo all mia vita recente.
Il tizio mi ha risposto felice che Satellites è Satellites. E “01” è il titolo dell’album. Chi si nasconde dietro questo nick non lo sa nessuno, o meglio ora si sa che è tale Johnny Vic e lo si è visto in faccia dopo il primo concerto, ma nessuno prima sapeva niente. L’unico dato certo è che c’era questo tale Satellites che aveva registrato questo disco “o1” tutto da solo in cameretta.
Le. Coincidenze. Non. Esistono. Cazzo.
E che roba fa Satellites?
Mentre temo che il commesso simpatico di Rough Trade mi stia per rispondere: “Synthesizer punk songs about young life in the city”, riesce a sorprendermi un’altra volta: “Mah, roba tipo Wilco e Flaming Lips, ma registrata in cameretta. Per me è un capolavoro. Il migliore disco inglese uscito quest’anno”.
Wilco. E Flaming Lips.
Le. Coincidenze. Non. Esistono.
Eccolo di nuovo, è tornato Red. E con lui riesco a scorgere pure il Cardinale Ersilio Tonini.
Insomma: l’ho comprato.
Ho pagato il CD 12 euro e l’ho infilato in borsa con la certezza che una volta tornato a Roma, una volta messo l’album nel lettore, sarei rimasto deluso.
E invece col cazzo: “01” è davvero un disco notevole. Pieno di belle canzoni e con un feeling generale che ricorda più i National che Wilco e Flaming Lips. Ma merita, e parecchio.
Perché queste cazzo di coincidenze è proprio vero che non esistono, ed è sempre bello quando è la musica a trovare te e non il contrario. Per cui ve lo consiglio, ma davvero: qui trovate il sito ufficiale, dove è possibile ascoltare tutti i brani in streaming, qui una foto del packaging straordinario del CD e del vinile, l’obbligatorio Soundcloud e il link per comprare l’album su Amazon. Io vi consiglio di partire dalla prima traccia, In a City, perché è davvero emozionante, e poi di guardare questo video: - GQ Italia


Ho paura per il mio futuro.
Paura vera.
Più passa il tempo e più sono convinto che mi trasformerò in Red Ronnie. E non nel senso che diventerò come lui.
La mia paura è che diventerò proprio lui.
Uguale uguale.
Mi verranno i capelli rossi e comincerò a parlare sempre di olii essenziali, ascolterò solo canzoni di Manrico Mologni e Jovanotti, e passerò il tempo su Twitter a sparare cazzate su ogni calamità naturale che toccherà questo paese e non solo. Quando sarò abbastanza anziano, poi, mi riciclerò come consulente personale di un politico dalle idee discutibili. Infine, mi trasformerò di nuovo e sarò una grande foca, ma sempre con la faccia di Red Ronnie, e così mi ritirerò in India e farò da guardiano alla costa.
Perché, davvero, spesso mi ritrovo a dire le stesse cose che direbbe Red. Le stesse che gli ho sentito ripetere a macchinetta in anni di Help e Roxy Bar. Le stesse cose identiche, giuro.
L’ultima volta è accaduta proprio qualche giorno fa, pochissimi giorni fa, lo scorso sabato. Ero a Parigi, alla Grande-Halle De La Villette, mentre la terza e ultima giornata del Pitchfork Festival stava per volgere al termine, e avevo deciso di concedermi un ultimo giro al fantastico stand di Rough Trade East (in pratica il negozio di Brick Lane, in piccolo, trasportato al Parc de la Vilette). Così, mentre guardavo dischi e decidevo cosa comprare e cosa no, sono rimasto folgorato da un digipack rigido (sembrava quasi un libro), con sopra incollata una piastrina di metallo.
“This is the first edition of Satellites. 01“, c’era scritto. E poi, poco sotto: “Who wrote this album is unimportant, it is important that this album needed to be written”. Cazzo, ho pensato.
E poi ho detto: ” Le coincidenze non esistono”. Proprio quello che avrebbe detto Red Ronnie. Appunto.
A quel punto mi sono accorto che il commesso di Rough Trade mi stava guardando da dieci minuti, così anche io ho guardato lui. Mi ha chiesto: “Scusa, chi cazzo è Red Ronnie?”
Ho risposto che non era importante, ma che lui mi doveva spiegare tutto quello che sapeva di Satellites. 01.
Perché quella frase, quella frase lì sul disco che non è importante sapere chi l’ha composto ma grazie a Dio qualcuno l’ha fatto, l’avevo già scritta anche io, pari pari, in un comunicato stampa più di un anno e mezzo fa. E sempre per quella storia delle coincidenze che non esistono, non è che il concetto di “satellite” sia così estraneo all mia vita recente.
Il tizio mi ha risposto felice che Satellites è Satellites. E “01” è il titolo dell’album. Chi si nasconde dietro questo nick non lo sa nessuno, o meglio ora si sa che è tale Johnny Vic e lo si è visto in faccia dopo il primo concerto, ma nessuno prima sapeva niente. L’unico dato certo è che c’era questo tale Satellites che aveva registrato questo disco “o1” tutto da solo in cameretta.
Le. Coincidenze. Non. Esistono. Cazzo.
E che roba fa Satellites?
Mentre temo che il commesso simpatico di Rough Trade mi stia per rispondere: “Synthesizer punk songs about young life in the city”, riesce a sorprendermi un’altra volta: “Mah, roba tipo Wilco e Flaming Lips, ma registrata in cameretta. Per me è un capolavoro. Il migliore disco inglese uscito quest’anno”.
Wilco. E Flaming Lips.
Le. Coincidenze. Non. Esistono.
Eccolo di nuovo, è tornato Red. E con lui riesco a scorgere pure il Cardinale Ersilio Tonini.
Insomma: l’ho comprato.
Ho pagato il CD 12 euro e l’ho infilato in borsa con la certezza che una volta tornato a Roma, una volta messo l’album nel lettore, sarei rimasto deluso.
E invece col cazzo: “01” è davvero un disco notevole. Pieno di belle canzoni e con un feeling generale che ricorda più i National che Wilco e Flaming Lips. Ma merita, e parecchio.
Perché queste cazzo di coincidenze è proprio vero che non esistono, ed è sempre bello quando è la musica a trovare te e non il contrario. Per cui ve lo consiglio, ma davvero: qui trovate il sito ufficiale, dove è possibile ascoltare tutti i brani in streaming, qui una foto del packaging straordinario del CD e del vinile, l’obbligatorio Soundcloud e il link per comprare l’album su Amazon. Io vi consiglio di partire dalla prima traccia, In a City, perché è davvero emozionante, e poi di guardare questo video: - GQ Italia


Hometown: Copenhagen.

The lineup: Johnny Vic (vocals, instruments).

The background: Satellites.01, the debut album by Satellites, has been getting exceptional reviews. And although on its limited release last year – a few hundred copies sent to a few select shops (remember shops?) – it hardly troubled any of the main record-of-the-year critics' lists, to those that heard it it was a manna-from-heaven affair, one of those that get people talking in terms of a renewed faith in the art of the album. It felt like a special record, one that had special care lavished on it, with each of the 500 copies appearing in double-vinyl form and featuring liner notes screen-printed on to green plastic inserts. It even came with a sticker on the front bearing the message: "It doesn't matter who wrote this album. What matters is that it needed to be written."

And now it is being more widely distributed, with the intention that more people will catch on (there's even a Satellites.02 pencilled in for March). There's certainly no reason for Satellites.01 to remain a secret, nor for the band to stay a cult. We say band: actually, it's one man, Johnny Vic, a Londoner now living in Copenhagen who sings and apparently handles all the guitar, piano, horn and string parts. There's even a glockenspiel on one song. Not that the glockenspiel is a particularly tough instrument to master on its own, just that while you're multi-tracking your vocals so that they resemble a male choir, playing electric guitar and arranging the keyboard and rhythm parts, it might prove a little tricky to get right.

That voice is crying out to be described as warm and rich, even if for some it will be a blank, lugubrious croon too far, unless you happen to like the idea of listening to Matt Johnson of the The for all eternity. But it does the job of conveying manly sensitivity on an album about dealing with the daily struggles of being, well, a man: a generic Everyman rather than Vic Himself, hence the bit on that sticker about it not mattering who lies behind these songs. But the sleeve message does confirm that this is a serious piece of work whose songs were wrenched from the soul of the creator. That may be true of a lot of records; it's just that Vic wears his brooding emotionalism on his sleeve.

It's music for fans of the National, Elbow, Tindersticks and Richard Hawley (when he's not in guitar-terrorist mode), and if you were being unkind you might decide to chuck Coldplay and Snow Patrol on to that list. The doleful vocals over gently epic, lushly orchestrated piano rock that soundtracks Vic's maudlin meditations – you could easily imagine this stuff catching on with that kind of audience. Just as you could easily imagine, if you weren't part of that demographic, being bored out of your mind by the consistently cosy and dimly snug atmosphere. It's all so tasteful, the playing and arrangements so "tasty", after a while you'll be dying for something tasteless, a chunk of tacky chart pop, anything to break the mood of sorrowful contemplation and wistful jubilation – even the euphoric codas are sensibly reined in. Still, if you had one of those Christmasses and are suffering from melancholia, this might provide the cure. Either that or make it worse. - The Guardian, UK


Hometown: Copenhagen.

The lineup: Johnny Vic (vocals, instruments).

The background: Satellites.01, the debut album by Satellites, has been getting exceptional reviews. And although on its limited release last year – a few hundred copies sent to a few select shops (remember shops?) – it hardly troubled any of the main record-of-the-year critics' lists, to those that heard it it was a manna-from-heaven affair, one of those that get people talking in terms of a renewed faith in the art of the album. It felt like a special record, one that had special care lavished on it, with each of the 500 copies appearing in double-vinyl form and featuring liner notes screen-printed on to green plastic inserts. It even came with a sticker on the front bearing the message: "It doesn't matter who wrote this album. What matters is that it needed to be written."

And now it is being more widely distributed, with the intention that more people will catch on (there's even a Satellites.02 pencilled in for March). There's certainly no reason for Satellites.01 to remain a secret, nor for the band to stay a cult. We say band: actually, it's one man, Johnny Vic, a Londoner now living in Copenhagen who sings and apparently handles all the guitar, piano, horn and string parts. There's even a glockenspiel on one song. Not that the glockenspiel is a particularly tough instrument to master on its own, just that while you're multi-tracking your vocals so that they resemble a male choir, playing electric guitar and arranging the keyboard and rhythm parts, it might prove a little tricky to get right.

That voice is crying out to be described as warm and rich, even if for some it will be a blank, lugubrious croon too far, unless you happen to like the idea of listening to Matt Johnson of the The for all eternity. But it does the job of conveying manly sensitivity on an album about dealing with the daily struggles of being, well, a man: a generic Everyman rather than Vic Himself, hence the bit on that sticker about it not mattering who lies behind these songs. But the sleeve message does confirm that this is a serious piece of work whose songs were wrenched from the soul of the creator. That may be true of a lot of records; it's just that Vic wears his brooding emotionalism on his sleeve.

It's music for fans of the National, Elbow, Tindersticks and Richard Hawley (when he's not in guitar-terrorist mode), and if you were being unkind you might decide to chuck Coldplay and Snow Patrol on to that list. The doleful vocals over gently epic, lushly orchestrated piano rock that soundtracks Vic's maudlin meditations – you could easily imagine this stuff catching on with that kind of audience. Just as you could easily imagine, if you weren't part of that demographic, being bored out of your mind by the consistently cosy and dimly snug atmosphere. It's all so tasteful, the playing and arrangements so "tasty", after a while you'll be dying for something tasteless, a chunk of tacky chart pop, anything to break the mood of sorrowful contemplation and wistful jubilation – even the euphoric codas are sensibly reined in. Still, if you had one of those Christmasses and are suffering from melancholia, this might provide the cure. Either that or make it worse. - The Guardian, UK


Discography

SATELLITES.01 - Album - May 2012
Wasteland - single - July 2013
SATELLITES.02 - Album - August 2013
SATELLITES: Istedgade Ep - Ep - Jan 2014

Photos

Bio

SATELLITES is the musical mission of one man - Johnny Vic.

In SATELLITES.01 Johnny wrote, played and produced a remarkable life's work - welcome relief for those who thought we’d all lost faith in the art of an album. Not just a collection of brilliant songs, but a complete artistic statement, with a sense of narrative purpose: a monument to manhood - the need to provide, to deliver a legacy, to loved ones, to his son. A swell of guitars, piano, horns, strings and chorals, around Johnny's breathtakingly direct lyrics, SATELLITES.01 sweeps from euphoria to melancholy and back with easy grace.

Quietly unassuming in its arrival, the album was unquestionably one of 2012’s most startling, indeed defining debut albums. Initially launched exclusively into Rough Trade shops as album of the week, it became Independent Retailers’ insider tip. Generating a buzz amongst more adventurous record buyers. It was voted No 16 album of 2012 at Rough Trade.

Unannounced, it was then released on RSD13 in the US to create blogger buzz.

Satellites01 was accompanied by extraordinary visuals, available at www.satellites01.co.uk. The site also features a document of a stripped-back live performance of the album in Soho London - one of only three exclusive, curated live shows to date, including shows at the Institute of Contemporary Art and The Tabernacle.

The impact of SATELLITES.01 is set to be amplified with second album, SATELLITES.02, which launched in the UK in August as Rough Trade's Album of the month. This time the blogger attention is converting into press with both monthlies and dailies reviewing for a November campaign push. The band have just performed a London show with a 12-piece choir.

02 lands in the US and beyond in early 2014 distributed by INGrooves.